I moti contadini e l’insurrezione dell’estate 1860 in Basilicata

Le vittoriose imprese garibaldine in Sicilia, avevano risvegliato gli animi popolari e ovunque, in Basilicata, erano riprese le lotte per le terre demaniali. Il 16 luglio 1860, i contadini potentini occuparono le terre demaniali in località Pallarete. L’esercito del Borbone provvide a sgomberarle con la forza, quelle terre che i contadini poveri di Potenza avevano occupato. La rivolta ebbe fine senza spargimento di sangue e le truppe borboniche, comandate dal capitano Castagna, non arrestarono nessuno degli occupanti, ma questi furono schedati e considerati “sovversivi”. Quei contadini si decisero di non opporre resistenza e aspettare Garibaldi e quindi riversarono sul Generale(1) tutte le loro speranze, le loro aspirazioni per ottenere un pezzo di terra demaniale da poter lavorare. L’episodio di Pallarete, fu considerato come l’esposizione di un malcontento dei contadini poveri di Potenza e, le loro richieste di terra, come una semplice lamentela. Il capitano Castagna riuscì a reprimere il moto, ma la sommossa contadina rimase viva e si sviluppò il 18 agosto a Potenza.

A Matera gli scontri assunsero subito un carattere molto violento. Il malcontento dei contadini, con l’orecchio teso ai fatti di Sicilia e a Garibaldi che aveva dichiarato la spartizione delle terre demaniali e comunali, costrinse il conte Francesco Gattini ad asserragliarsi nel proprio palazzo. I dimostranti pretendevano la distribuzione delle sue proprietà terriere, in odore di usurpazione. Il conte, nel tentativo di placare gli animi il 30 luglio 1860, si affacciò dal suo palazzo e promise di sottoporsi a dei controlli al fine di restituire quelle parti di possedimenti che fossero risultati non regolarmente acquistati.

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Intanto il Comitato Cittadino dell’Unità d’Italia, di cui il conte Gattini faceva parte, inviò un membro per esaminare le eventuali scorrettezze operate dal conte. La nobiltà legata al Borbone ancora una volta riuscì a convincere il popolo che il membro del Comitato fosse in realtà un funzionario mandato per salvaguardare gli interessi del Gattini. Il 7 agosto i materani tentarono di incendiare palazzo Gattini, ma il tentativo fu scagionato. Il giorno successivo, il popolo contadino, si raccolse nuovamente sotto il palazzo del conte, il quale nel tentativo di sfidare gli abitanti prima lanciò delle monete e successivamente sparò un colpo con il suo fucile. La folla rispose al fuoco e successivamente riuscì ad entrare nel palazzo e catturare il conte Gattini. Questi nel tentativo di fuggire saltò da una finestra, riportando diverse fratture alle gambe. Il conte, insieme al suo segretario ed organista del Duomo, il francese Laurent ed un altro collaboratore, furono portati dalla folla in piazza e tutti e tre furono uccisi a colpi di pugnale. Matera fu teatro dei primi scontri violenti, dove sono evidenti i reali contorni delle agitazioni che si svilupparono in tutta la Basilicata. L’aspetto più preoccupante era che questa violenza fosse in parte diretta contro gli amici di Garibaldi e che lo scoppio del malcontento, dei contadini materani, producevano una insurrezione filo-borbonica. E’ vero che il popolo contadino materano, totalmente privo di ideali politici, concepiva il concetto di libertà con il possesso di un pezzo di terra da poter coltivare, ciò che si attendeva dalla quotizzazione dei terreni demaniali. La libertà concepita dal popolo contadino materano, non è questione di natura economica, ma bensì politica. Gennaro De Miccolis, comandante della Guardia Nazionale di Matera, acerrimo nemico del conte Gattini, utilizzò la sua posizione politica indirizzando il malcontento dei contadini contro il suo nemico dichiarato: il conte Gattini. La Guardia Nazionale avvertita dei subbugli, non intervenne, i gendarmi assistettero ai moti rivoltosi, sfociati poi nel sangue, senza intervenire. E’ certo, quindi, che il popolo contadino, subì le azioni sobillatrici dei reazionari borbonici con il chiaro intento di colpire proprietari terrieri di area liberale, cioè favorevoli all’unificazione all’Italia della terra lucana. Così si concluse una vicenda che, pur essendo capitata in un periodo di forti moti liberali, non venne mai connessa all’Unità d’Italia. Tutto venne racchiuso nelle condizioni di estrema povertà dei contadini materani, la miseria e la ricerca di un miglioramento delle condizioni di vita, avevano costretto il popolo materano a risolvere le questioni delle proprie condizioni di vita, con atti di forza. Forse, occorre revisionare il giudizio storico, sui fatti di Matera del 1860, in quanto i contadini materani percepivano il bisogno di libertà legato al possesso della terra, dove si sarebbe potuto organizzare una nuova esistenza, abbandonando definitivamente la condizione di schiavitù, di tipo feudale, ancora imperante nella nostra regione, nel 1860! Questi due fatti di rivolta, di Potenza e Matera, non saranno salutati come moti appartenenti all’Unità d’Italia, dalla storiografia ufficiale, perché non organizzati dal movimento Rivoluzionario, bensì furono considerati moti autonomi di brigantaggio senza considerare che quelle azioni scaturivano dall’idea di libertà che potevano percepire i contadini poveri di Basilicata, dalla rivoluzione portata da Garibaldi. I partecipanti alle rivolte per la terra, furono considerati dai proprietari terrieri “sovversivi” e, chi era schedato come sovversivo, non aveva più lavoro dai galantuomini. I moti “turbolenti” ed “anarchici” continuarono per tutto il mese di agosto e, pertanto, Matera rimase estranea al moto insurrezionale di Potenza del 18 agosto 1860. Le agitazioni contadine che vengono fuori dalle ordinanze demaniali del 1862/63, forniscono l’ampiezza della problematica demaniale della regione Basilicata, riferito alla divisione dei boschi, alle quotizzazioni, alle colonìe e alle usurpazioni. Le ordinanze demaniali, evidenziano come la questione della terra fosse la questione, preminente, presente su tutto il territorio della Basilicata.

Nel frattempo, il Comitato Centrale dell’Unità d’Italia di Napoli in data 10 agosto 1860, dopo i fatti di Matera e prima che la situazione degenerasse, affrettarono l’iniziativa politica designando il colonnello Camillo Boldoni ad assumere il comando militare del movimento insurrezionale della Basilicata e delle provincie limitrofe e, i Comitati locali, lo avrebbero riconosciuto in tale qualità e avrebbero preso con lui gli opportuni accordi.

Il 13 agosto 1860, erano a Tramutola Giacinto Albini, Nicolò Mignogna e Camillo Boldoni accompagnati dai signori Scoppa, Luciani, Sassone e Iacovelli. Il Circolo Mazziniano di Tramutola proclama la Municipalità Repubblicana, programma in contrasto con il programma dell’Unità d’Italia(2).

Il 16 agosto a Corleto Perticara è proclamata l’Unità d’Italia.

Il 17 agosto il colonnello Boldoni comunica al generale Garibaldi che il giorno 18 agosto 1860 si sarebbe recato in Potenza per proclamare il Governo di Vittorio Emanuele e la Dittatura di Garibaldi.

La preparazione dei moti del 18 agosto 1860, non era ignorata dagli ufficiali del governo borbonico, a Potenza.

Si cospirava ormai alla luce del sole ed i liberali erano incoraggiati dall’arrivo di molti cittadini che rientravano dall’esilio, dalla galera, dall’esercito borbonico.

I possidenti per evitare danni alla città, da parte dei regi, non ostacolarono il movimento, rimasero in attesa.

Il capo della Provincia di Basilicata, l’Intendente, Cataldo Nitti da Taranto, chiamato a quella responsabilità dal ministro Liborio Romano, aveva una forza di uomini limitata come limitata fu la sua autorità.

Liborio Romano ai principi di agosto aveva sostituito i capi delle provincie del regno delle Due Sicilie, preparando terreno facile all’arrivo di Garibaldi.

Quasi tutti i nuovi Intendenti del regno, accettarono la rivoluzione e ne seguirono le sorti. Non così il signor Nitti Cataldo.

La notte del 17 agosto il capitano Salvatore Castagna(3) distribuì le armi ai suoi uomini ed attesero l’alba, il giorno annunciato per la rivoluzione.

I gendarmi escono dalla città e occupano il colle di Montereale che guarda la strada per Napoli.

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Le prime schiere di rivoltosi furono vedute lungo il fiume Basento sulla strada del Materano e così il capitano raccoglie i suoi uomini e si dirige verso le carceri per difenderle.

Da Montereale, toccano l’abitato, la truppa si divide in drappelli. Dall’attuale Piazza XVIII Agosto alcuni vanno verso via Garibaldi e altri verso Piazza Sedile dove é sede il Palazzo del Comune.

Frattanto, il popolo senza armi, attende sul muro dell’attuale Via del Popolo, acclamando Garibaldi e all’Italia. Un uomo si stacca dai suoi e si avvia per abbracciare il capitano in segno di pace. Quando, la dimostrazione di pace e di affetto, é rotta da squilli di trombe, grida confuse e scoppi di moschetti. Da quale parte partì il primo il primo colpo, é ancora un segreto!

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Il trambusto di popolo non poté portare allo scoppio, in quanto il popolo era disarmato. Tra il popolo vi erano i militi armati ed il conflitto fu rapido e più di trecento gendarmi furono dispersi, venti morti e trenta prigionieri. Dalla parte del popolo quattro morti e cinque feriti. Alcuni gendarmi sparirono tra i canneti del Basento dove in seguito furono fatti prigionieri dal popolo. Al tumulto seguirono i fatti che alcune case del popolo furono fatte arena di crudeli scempi, da parte dei gendarmi, che accesero i giusti sdegni popolari e le facinorosi passioni che maturavano da secoli. Il proletariato, a vendetta, si riversò nelle caserme e devastò a oltraggio e portò con se tutto ciò che vi trovò.

La prima schiera degli insorti, arriva nella città quando tutto si era già svolto, alle ore tre pomeridiane. Potenza aveva già cacciato i regi. Erano gli uomini di Avigliano, del Melfese e di Genzano, erano circa mille uomini condotti da un patriota Nicola Mancusi, prete. Alle ore cinque entra dalle parte orientale della città la schiera degli insorti di Tricarico e dei paesi del Materano. A sera, che era già buio, arriva con il colonnello Boldoni la colonna degli ottocento partiti da Corleto, dalla Val d’Agri e dalla Valle del Sauro. Il popolo applaude al successo, muove incontro fuori della città. La milizia cittadina si spiega ad ala, al suo passaggio. Gli edifici si illuminano, baldoria, acclamazioni, entusiasmo, pare una festa! Si una festa, iniziata a Corleto, di prima mattina, proseguita a Laurenzana e a Anzi, dove gli insorti furono accolti dal popolo con rinfreschi e ristori. Lungo il percorso per Potenza, si aggiunsero i drappelli provenienti da Viggiano, Tramutola, Saponara (Grumento Nova), Calvello, Abriola, Pietrafesa (Satriano), Picerno.

Le brigate insurrezionali bivaccano all’aperto. Si ordina un pronto servizio di sicurezza alle porte, alle carceri, alle vie della città.

All’insurrezione partecipò Pietrapertosa con 45 militi armati che giunsero a Corleto in serata del 16 agosto. Da Aliano 14 militi giunsero il giorno successivo. Quindi Armento con 40 militi.  Verso sera del 17 agosto giunsero le colonne di Ferrandina e di Miglionico che avevano marciato dalla sera del 16. Arrivò Missanello e Gallicchio con 82 uomini. Poi Gorgoglione e Cirigliano. Un momento più tardi arrivarono Montemurro e Spinoso.

Il giorno successivo si procedette alla nomina dei due Prodittatori Albini e Mignogna. Nel governo non entra Boldoni a cui viene affidato il comando dell’esercito. A capo della città di Potenza venne nominato il sindaco Antonio Sarli.

Gli avvenimenti del 18 agosto di Potenza, anticiparono lo sbarco di Garibaldi in Calabria, determinando l’indipendenza della Basilicata a cui seguì quella di nove province del Sud. La missione di Garibaldi fu notevolmente favorita e Cavour riuscì a giustificare l’intervento dell’esercito sabaudo nel Mezzogiorno in favore dell’Unità d’Italia.

Le truppe regie mossero da Salerno in mille uomini ed il 22 agosto erano in Auletta. Boldoni aveva già preparato l’accoglienza, così i regi, giunti in Auletta verso sera, anziché muovere per uno scontro, ritornarono la notte stessa a Salerno, abbandonando l’intero approvvigionamento del battaglione, come se il loro intento fosse stato quello di rifornire gli insorti di armi ed alimenti! Si può ipotizzare che il governo borbonico di Napoli, per contrastare il passaggio di Garibaldi, chiama le truppe mandate in Basilicata per schierarle tra Cava e Sanseverino. Cosa che poi non fece.

Il colonnello Boldoni passando in rassegna quel popolo in armi, poté costatare fanfare ad uso militare che dai paesi avevano seguito gli uomini dell’insurrezione. Erano in quelle fila i rappresentanti di tutte le classi sociali della provincia. Operai addetti alle arti e mestieri, preti e frati infermieri e soldati. A sufficienza contadini, molti del ceto dei ricchi: rivoluzione della borghesia. Erano presenti dalle più note e ricche famiglie della provincia e tutti furono annoverati in 2566 militi, tra i quali era un grosso drappello di cavalieri ed un manipolo di fanti venuto da Spinazzola e dal barese.

Il “Corriere Lucano”, identificato come l’organo del “Giornale Uffiziale della Rivoluzione“, il 28 agosto 1860, aveva documentato il grado di unità del movimento insurrezionale lucano che tanto doveva alla forza di quei contadini per i quali si auspicava la rapida soluzione della questione demaniale. Risolvere la questione demaniale voleva poter dire che erano superati secoli di vessazioni, soprusi, iniquità perpetrati contro le popolazioni affamate ed asservite dal malgoverno borbonico. Ma, non fu così facile risolvere il problema della terra, poiché nonostante il compito di soprintendere a tale operazione fosse stato affidata a Giacomo Racioppi, il programma rivoluzionario venne applicato solo in minima parte ed il Governo Dittatoriale di Garibaldi durò ben poco. Rimasta irrisolta l’annosa questione della terra, si apriva ancora una volta il baratro innanzi alle istanze di quella parte di società che tanto aveva contribuito all’Unità d’Italia. Così esplosero, le masse, nella forma più violenta e istintiva che solo una massa esasperata può mettere in essere. Si producevano così le premesse di quell’isolamento delle masse rurali dalla nuova compagine dello Stato nazionale che determinò l’esplodere della guerriglia contadina e del brigantaggio.

 

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(1) Ma sarà un tragico equivoco, la promessa di terra ai contadini, da parte del Generale!

(2) cfr. mio articolo sul blog L’Unità d’Italia e il ruolo di Tramutola.

(3) Il capitano Castagna, morì tra i briganti della banda Tristany, in uno scontro con i Francesi presso Velletri.

 

 

Vincenzo Petrocelli

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Un pensiero riguardo “I moti contadini e l’insurrezione dell’estate 1860 in Basilicata

  1. luigi crocco primo denunciante italiano al mondo alla commissione Europa in violazione del diritto del cittadino sulla richiesta di autorizzazione del Gov. IT 1 milione di firme in 7 stati su 2 8 per l'

    molto istruttivo la fame di terra a sud del Italia scatenò la rivoluzione sulla politica del unità d’italia.

    Mi piace

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